



Sorcini e sorcetti miei, vi devo un grosso grazie. Grazie, per essere venuti numerosi sotto il
tendone di Bussoladomani a farmi festa per il mio trentesimo compleanno. Grazie, per essermi
stati vicini anche in quel giorno che è sempre un po' triste di solito. Grazie, per avermi seguito
quest'estate anche negli stadi, una dimensione per me inconsueta, abituato com'ero al piccolo
mondo del mio tendone.
È stata un'esperienza magnifica, indimenticabile soprattutto perché nonostante le distanze e gli
spazi immensi che spesso mi separavano da voi, siete sempre riusciti a farmi sentire il calore
del vostro affetto.
Però, che casini che abbiamo combinato a Viareggio! Il povero Bernardini si guardava attorno
con aria smarrita: non sapeva più cosa fare. E cosa avrebbe potuto fare? La festa era mia, era
vostra. Noi, noi soli eravamo i padroni per una notte del suo tendone, potevamo fare tutto
quello che ci passava per la testa.
A me era venuta voglia di preparare una grande torta, a voi di mangiarla e poi di gettarvela
addosso, come i tanti clown di un grande circo. Lo avete fatto, in libertà, perché volevate
farlo, così semplicemente, senza nessuno che ve lo proibisse.
Non è bello poter fare così anche nella vita di tutti i giorni? Poter agire, vestire, vivere secondo
il proprio umore? Perché bisogna, invece, senpre chinare la testa, dire sì anche quando si
vorrebbe urlare no? Forse la mia è solo un'utopia. Forse il mondo va avanti proprio perché c'è
chi comanda sempre e chi abbassa sempre la testa.
Ma io mi illudo, voglio illudermi che qualcosa cambierà , che non ci saranno più falsità , bugie,
ipocrisie. Che tutto possa essere come in una bella favola incantata, un mondo magico da
Zerolandia, dove ognuno sia libero di pensare, di comportarsi come gli pare. Dove soprattutto
nessuno alla prima infrazione venga bollato a vita come delinquente abituale.
Oggi ho trent'anni. Non sono uno scherzo neppure per Renato Fiacchini o Zero, come vi pare:
ormai il mio personaggio si è talmente compenetrato con la mia personalità di uomo che non
distinguo più qual è il mio nome d'arte e quale quello vero.
Finita la tournée, finita anche la festa del mio compleanno, adesso mi fermo per pensare la
domani. Ci vedremo soltanto a Natale a Roma, com'è ormai consuetudine, e poi per una
settimana a Torino. Dopo, basta per un bel po'. Il vostro Renato chiede tregua, stop: deve
fermarsi a riflettere, a pensare un po' di più a se stesso e al suo futuro.
Oggi sono qui a tracciare un bilancio di questi miei primi trent'anni. Non amo di solito
ricordare, non amo le foto degli album di famiglia, preferisco guardare avanti. Ma in questo
momento mi piace scrivere di me perché mi sembra quasi di mettere ordine nei miei pensieri:
nella mia testa si affollano ricordi, sogni e una visione offuscata dal domani che ancora non
conosco ma che sento sarà diverso perché io sarò diverso, perché lo sono già oggi, dentro,
soprattutto.
Il tempo passa, il tempo che pian piano ci aiuta a migliorare, ci insegna, con gli errori che
commettiamo, a non sbagliare più.
E non è vero che il tempo vola: basta saperlo fermare nelle cose più semplici e più belle della
vita, fra i sentimenti più cari, negli occhi di chi ci ama veramente.
Ho trent'anni: sono tanti, sono pochi? Non saprei, non sta a me giudicare. Sento, comunque,
che è importante esserci arrivato, e con voi.
C'è chi è sempre vissuto coccolato, protetto, amato fin da quando ha aperto gli occhi. Io,
invece, ho sempre vissuto inventandomi giorno per giorno la mia favola, il mio carnevale.
Dieci anni fa sconvolgevo tutti andando in giro truccato e vestito nella maniera più assurda. Ma
per me era normale, in quei panni da clown mi sentivo davvero a mio agio: i sorrisi e i
commenti della gente mi sfioravano appena.
Sono stato beatnik, poi quando andavano di moda i figli dei fiori, quindi freak e gipsy, zingaro,
trovando attraverso questi movimenti altra gente libera e folle come me.
Ho viaggiato molto, ho digiunato molto, ho conosciuto molti commissariati in seguito alle
numerose retate. Ho conosciuto anche molta gente che mi ha spinto a muovermi, a
commuovermi, a gioire o a soffrire.
È bello vivere con la gente e per la gente: questo l'ho imparato quando non ero nessuno, nei
quartieri poveri della mia Roma. Oggi è bello sentire l'urlo della folla, il suo calore, il suo
amore. So che molti dei miei sorcini mi considerano una specie di Messia. Ma io non voglio
essere travisato; non voglio essere preso per quello che non sono: quando ho delle cose da
dire, le dico alla mia maniera: con le parole, con la musica. Anche con il trucco, perché no?
Ma senza lanciare messaggi divini. La mia prima vittoria l'assaporai quando guadagnai le
famigerate prime 500 lire al Ciack di Roma. Suonavo con il mio modesto complessino per
pagare le rate della mia chitarra e saldare il conto con la vecchina che cuciva a mano i miei
abiti di scena.
Mi vestivo di nascosto, in un portone nei pressi della stazione. E quando mi passavo il rossetto
sulle labbra pensavo che un giorno sarebbe nato David Bowie: così fu.
Se oggi sono Renato Zero lo devo soprattutto a mio padre. È stato lui la mia vera fortuna non
solo perché ogni notte mi apriva la porta di casa: soprattutto perché non me la chiuse mai in
faccia.
Sono stato tentato da molti giochi d'azzardo. Ma i miei principi e mio padre poliziotto hanno
sempre fatto sì che mi fermassi di più a parlare con i miei compagni più sfortunati facendogli
spesso dimenticare l'appuntamento notturno.
Anche la droga mi venne offerta. Sì, con lo stesso sorriso con cui il boia invita a morire. Chi
sa, forse fu perché inconsciamente mi piace morire di vecchiaia, o forse fu colpa della musica
e della mia voglia di ballare che rifiutai.
Adesso, a trent'anni, sono qui nella mia nuova casa, fra quattro mura finalmente mie, con la
mia mamma a farle godere un po' di agiatezza, con la mia Lucy a pensare al domani.
Pensare al domani... Mi sembra uan cosa così assurda tanto il domani è appeso a un filo
manovrato dal destino.
Forse, è inutile fare progetti, l'oggi è¨ già domani. Però è bello per uno che ha trent'anni
sperare che il mondo non sia popolato solo da ciechi e muti. È bello sperare che voi, sorcini,
che siete i figli di oggi possiate con me ritrovare il coraggio di vivere, di stare assieme ancora
per molto tempo. Ciao, nì...
Renato Zero
I MIEI TRENT'ANNI di Renato Zero (BigStory - ottobre 1980)
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